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Scopriamo insieme una chiave per autoliberarsi Incontro pubblico a cura di Psicologia del Nuovo Umanesimo Napoli, 28 giugno 2007 Prima Parte “Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato ti liberi” è un “Principio” che, insieme ad altri, può aiutare, secondo il Nuovo Umanesimo, nella ricerca dell’unità interna. Possiamo definire questo Principio anche come regola aurea. Come tale è stato un Principio morale, assai diffuso tra diversi popoli, che rivela un atteggiamento umanista. Possiamo fare alcuni esempi. La più piccola costituzione del mondo Un gruppo di saggi ebrei si riunì per tentare di creare la più piccola Costituzione del mondo. Se qualcuno fosse stato capace di definire - nell'arco di tempo necessario ad un uomo per mantenersi in equilibrio su un piede solo - le leggi che avrebbero dovuto regolare il comportamento umano, questi sarebbe stato considerato il più grande di tutti i saggi. "Dio punisce i criminali", disse uno. Gli altri ribatterono che questa non era una legge, ma una minaccia. La frase non fu accettata."Dio è amore”, asserì un altro. Di nuovo, i saggi non accettarono la frase, dicendo che non spiegava bene i doveri dell'umanità. In quel momento, si avvicinò il rabbino Hillel. E, mettendosi su un piede solo, disse:"Non fare al tuo prossimo ciò che non vorresti fosse fatto a te; questa è la Legge.Tutto il resto è commento giuridico”. E il rabbino Hillel (70 a.C. - 10 d.C.), contemporaneo di Gesù, fu considerato il più grande saggio del suo tempo. Poi c’è Platone (427-347 a.C.): “Mi sia concesso fare agli altri ciò che vorrei facessero a me”. Possiamo proseguire con Confucio (551- 479 a.C.): “Non fare all'altro ciò che non ti piacerebbe fosse fatto a te”. Una massima della religione indiana Giainista dice: “L'uomo deve sforzarsi di trattare tutte le creature come a lui piacerebbe essere trattato”.Nel cristianesimo: “Tutte le cose che vorreste gli uomini facessero con voi, voi fatele con loro”. Il sikhismo, una religione nata in India settentrionale, basata sull'insegnamento di dieci Guru che vissero in India tra il XVI ed il XVII secolo, recita: “Tratta gli altri come vorresti che ti trattassero”. Per il Nuovo Umanesimo, la regola aurea costituisce la base etica di ogni azione personale e sociale. Ma se ci fate caso, nel nostro Principio c’è qualcosa che lo differenzia da tutti gli altri. C’è un più esplicito riferimento al futuro: “Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato ti liberi”. Nelle altre formulazioni di questo Principio, ciò che passa è solo qualcosa che ha a che fare con una morale, che potrebbe sembrare lontana, incomprensibile e convenzionale. Nel nostro principio, invece, c’è esplicitamente l’idea di libertà. TI LIBERI. Se guardiamo questo Principio sotto la luce delle leggi di Concomitanza e di Struttura, il concetto si fa ancora più chiaro. La prima legge dice: “Ogni processo è determinato da relazioni di simultaneità con processi che si verificano nello stesso ambito e non da cause lineari di un movimento precedente dal quale deriva”. La seconda dice: “Niente esiste in modo isolato, ma in relazione dinamica con altri esseri entro ambiti condizionati”. Ciò vuol dire che nel mentre trattiamo gli altri come vorremmo essere trattati ci stiamo, simultaneamente e progressivamente, liberando. Quindi, più esattamente, stiamo parlando, più che di libertà, di un processo di liberazione. Ma perché stiamo parlando di liberazione? Molto spesso soffriamo perché ci poniamo dei limiti che ci danno la sensazione di non vivere pienamente la nostra esistenza. Molto spesso, quindi, ci troviamo in una specie di prigione, anche se apparentemente siamo liberi di poter fare tutto ciò che vogliamo. Ma se ci guardiamo dentro, con verità interna, ci potremmo rendere conto che in realtà siamo prigionieri. La nostra palla al piede può essere rappresentata da un sentimento di tristezza o di insoddisfazione che ci accompagna costantemente, da una sensazione di ansia inspiegabile, da paure e timori, da pensieri pessimisti riguardo il nostro futuro. Ecco perché, quando poi riusciamo a risolvere uno di questi problemi, proviamo una sensazione di leggerezza, di liberazione. Abbiamo trovato la chiave per aprire la nostra cella e correre via finalmente liberi. E magari ci accorgiamo che quella chiave era a portata di mano, da sempre. Solo che eravamo tanto presi dai nostri sentimenti di sofferenza, che non riuscivamo a vederla. Ricapitolando, stiamo quindi parlando di sofferenza, di limiti, di una prigione, di una chiave per aprire la nostra cella, di liberazione. Interscambio Alla luce di quanto abbiamo detto in questa prima parte, possiamo scambiare con gli altri le nostre esperienze e individuare insieme, nella nostra esperienza personale, qual è la chiave che abbiamo usato quando siamo riusciti veramente ad aprire la nostra cella di sofferenza e a liberarci. Seconda Parte Chi era presente all’incontro precedente ricorderà sicuramente il caso che avevamo trattato. Ripercorriamolo velocemente. Come se... Il nostro amico ci confessa di sentirsi sempre sotto giudizio da parte degli altri, di sentirsi anche continuamente rifiutato, perché la gente lo percepisce come un tipo problematico e pertanto lo tiene a distanza. Tutto ciò innesca in lui una reazione di forte ansia, arrossisce, inizia a sudare e a quel punto non può evitare di darsi alla fuga. Questo problema a lungo andare lo ha portato ad eludere qualunque contatto sociale, rimane sempre più spesso in casa, mantenendo le distanze dalle altre persone. Gli hanno diagnosticato un disturbo che prende il nome di “Fobia sociale”.In quella occasione facemmo un gioco di immaginazione. Abbiamo cioè immaginato il suo comportamento nel momento in cui, per esempio, entra in un locale pieno di gente. Probabilmente si muoverà rigidamente, si guarderà intorno con fare circospetto allo scopo di tenere sotto controllo tutte le possibili minacce derivanti dalle persone presenti. Di fronte all’espressione guardinga e diffidente del nostro amico, cosa penseranno le persone che stanno nel locale, vedendo una persona che le guarda male? Molti penseranno: “Cosa vuole questo da me?”. Meccanicamente la loro reazione sarà di rispondere sullo stesso tono e si guarderanno bene dal dargli confidenza, tenendolo a debita distanza. Il risultato sarà che il nostro amico avrà la conferma che tutti ce l’hanno con lui e che lo rifiutano.Quindi abbiamo proposto al nostro amico di fare un esperimento: dovrebbe andare ogni giorno in un luogo diverso, dove sa di incontrare persone, e chiedersi, mentre va, quale sarebbe il suo atteggiamento se, entrando in contatto con queste persone, fosse sicuro di essere considerato una persona desiderabile. A questo punto non deve fare altro che cercare di mettere in pratica ciò che gli è venuto in mente. Gli abbiamo proposto di comportarsi “come se...”.Se si fosse sentito una persona desiderabile il nostro amico avrebbe immaginato un altro tipo di espressione del suo volto, avrebbe guardato le persone e avrebbe sorriso. Se egli cercasse di mettere in pratica ciò che ha immaginato, molto probabilmente gli altri gli sorriderebbero e qualcuno gli domanderebbe: “Ciao, come va?”. Allora egli s’intratterrebbe con queste persone e magari potrebbe scoprire di avere delle cose in comune con loro. Da lì, niente di più facile, potrebbero nascere nuove amicizie.Visto che l’esperimento era riuscito per qualche ora, abbiamo proposto al nostro amico di prolungare il tempo dell’esperimento: “Come mi comporterei se tutti mi ritenessero simpatico e meritevole di stima?”, impostando quindi la sua giornata in quella direzione.Il nostro amico comincerà ad avere l’impressione di essere lui ad influenzare gli altri e il loro atteggiamento, mentre prima li subiva passivamente. Questo semplice esperimento ci dimostra una cosa molto semplice. Il nostro amico sicuramente vorrebbe essere considerato una persona desiderabile e meritevole di stima. Con il suo comportamento meccanico suscitava invece negli altri esattamente il contrario di ciò che desiderava, cioè veniva rifiutato e tenuto a distanza. Proponendogli di immaginare e attuare un comportamento diverso, dettato dalla sicurezza di essere considerato come egli desiderava, gli abbiamo proposto, in altre parole, di trattare gli altri come vorrebbe essere trattato. Nel giro di poco tempo la situazione si è ribaltata, ed egli progressivamente si è liberato dalla sua fobia.La chiave era a portata di mano, ma egli non la vedeva, talmente era preso dai suoi sentimenti di sofferenza, chiudendosi sempre più nell’isolamento sociale. Ecco quindi che appare evidente il ruolo chiave della nostra regola aurea. Libertà di scelta. Ma a volte, come abbiamo visto, non è sempre facile individuare questa chiave. Altre volte, anche se l’abbiamo vista, non siamo disponibili ad usarla, pensando che in fondo non riusciremo mai a liberarci o che il nostro problema è così grande che la soluzione non può essere così semplice. Addirittura può capitare che nel voler dare una mano ad un nostro amico, non riusciamo nel nostro intento, nonostante siamo lì ad indicargli col dito puntato la chiave con cui potrebbe aprire la sua cella. Siamo lì per giorni e giorni col dito puntato, ma egli non riesce a vedere ciò che invece noi vediamo così chiaramente. Dopo averle provate tutte e ormai distrutti col braccio anchilosato, dobbiamo arrenderci al fatto che nel nostro amico sta agendo un’intenzionalità ben precisa che gli impedisce di guardare proprio lì dove noi gli stavamo indicando. Che si fa in questi casi?Che si fa quando non riusciamo a vedere la chiave? Che si fa quando non riusciamo a convincere l’altro a guardare proprio lì dove stiamo indicando, lì dove sta la chiave? Probabilmente la soluzione sarebbe più accettabile se riuscissimo a trovare la chiave dopo aver liberamente scelto tra più possibilità. Se fosse così, potremmo provare un altro esperimento. Non fa differenza se lo facciamo con noi stessi o lo proponiamo al nostro amico che vogliamo aiutare. Come abbiamo anche visto nell’incontro precedente a questo, molto spesso la domanda da farsi non è “Perché ho questo problema?”, ma piuttosto “Come faccio ad avere questo problema?”. Nel senso che di fronte ad un determinato problema ho tentato alcune soluzioni, che però non hanno sortito il risultato sperato. Ma siccome queste tentate soluzioni, pur essendo inefficaci, ormai sono diventate - per così dire - spontanee, sono sempre le prime che si affacciano nella pratica. Alla fine, dopo un certo numero di tentativi, concludiamo che il nostro problema non ha soluzione. In che consiste l’esperimento?Il primo passo consiste nell’individuare queste tentate soluzioni. Successivamente, nel prendere in esame una delle situazioni problematiche, cerchiamo di trovare, oltre a quella che ci viene spontanea, almeno altre cinque possibili strategie di soluzione. Sembra facile, ma non lo è. Dopo aver individuato le prime due o tre possibilità, arrivare a cinque diventa un’impresa a volte veramente difficile. La nostra capacità di creare alternative si potrebbe sbloccare se immaginiamo come reagirebbe in quella situazione una persona di nostra conoscenza, cercando di mettersi proprio nei panni della persona che abbiamo scelto. Una volta individuate le cinque – e non una di meno - possibilità alternative, cominciamo a sperimentarne una. Se vediamo che dopo breve tempo la situazione non si sblocca, proviamo con la seconda, e così via. In questo modo siamo usciti dall’irrigidimento su una sola strategia e allo stesso tempo abbiamo trovato la nostra chiave, non perché qualcuno ce l’ha indicata, ma perché l’abbiamo scelta tra più possibilità. Inoltre, non solo scopriremo che la chiave trovata coinciderà proprio con la nostra regola aurea, ma scopriremo anche che, già nel procedimento usato per dare una mano all’altro, abbiamo trattato l’altro come vorremmo essere trattati, cioè non indicando quella che secondo noi è la soluzione, ma semplicemente spronandolo a darsi una libertà di scelta. Sarà lui a trovare la chiave. Anche la più grande cosa è composta di tante piccole cose. Il nostro senso di impotenza di fronte ad un determinato problema potrebbe derivare dalla convinzione che tale problema è troppo grande, insormontabile nella sua complicatezza. Altre volte ci rendiamo conto di avere più problemi connessi tra loro e ci appare veramente impossibile gestirli, perché sono troppi. Questo tipo di ragionamenti li sentiamo spesso anche dagli altri. Quando, interessati alla sofferenza dell’altro, cerchiamo di capire cosa gli sta succedendo, molte volte siamo travolti da una montagna di problemi che l’altro ci esprime e anche noi cominciamo a pensare che il nostro amico non abbia molte speranze. Dov’è qui la chiave? È evidente che in questa situazione la confusione regna sovrana. La confusione è generatrice di sofferenza e pur di non soffrire rimuoviamo il problema, cerchiamo di non pensarci, per poi purtroppo ritrovarcelo davanti, magari amplificato. Quante volte, quando non sappiamo cosa dire al nostro amico, pronunciamo, magari anche con un’espressione compassionevole, la fatidica frase “non dar retta, non ci pensare”? A volte, mentre siamo convinti di provare addirittura compassione per il nostro amico, risultiamo veramente cattivi!Dov’è la chiave “quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi”? Come vorremmo essere trattati quando ci troviamo di fronte ad un problema che riteniamo insormontabile?Se ci pensiamo bene, non vorremmo essere trattati come dei deficienti da consolare, ma come delle persone che sono in grado di affrontare qualsiasi problema. E siccome è questa la verità, come scopriremo tra poco, lo sforzo iniziale è quello di cominciare a trattare se stessi, o l’altro che ci chiede aiuto, proprio così, come una persona in grado di affrontare il proprio problema. Bisogna solo trovare la chiave giusta.In fondo è vero che ci potremmo trovare di fronte ad un problema più grande di noi, ma è anche vero che la più grande cosa è composta da tante piccole cose. Se introduciamo un piccolo cambiamento in un sistema complesso e articolato, si innesca una reazione a catena che determinerà un sovvertimento dell’equilibrio dell’intero sistema. Quando abbiamo a che fare con grandi problemi dovremmo dare a noi stessi o a chi ci chiede aiuto la possibilità di operare. Non potendo operare sull’intero problema nel suo complesso, sarebbe preferibile concentrarsi su un cambiamento più piccolo, ma anche più concreto. Una volta determinato questo piccolo ma fondamentale cambiamento, esso sarà seguito da un ulteriore piccolo cambiamento, il quale sarà seguito da un altro ancora, fino a quando la somma di piccoli cambiamenti condurrà al grande cambiamento. Ecco la chiave. Noi non vogliamo essere trattati come degli impotenti. Se trattiamo noi stessi e gli altri come vorremmo essere trattati, cioè come delle persone in grado di affrontare qualsiasi problema, dobbiamo solo accettare il fatto che le strategie usate fino a quel momento non erano efficaci e che dobbiamo provarne altre. Nel caso specifico, dobbiamo rendere il problema accessibile al nostro operare, suddividendolo in problemi più piccoli e cominciando ad operare su ognuno di essi. Se operiamo con costanza e metodo anche il problema più grande sarà risolto. Passo dopo passo fino all’obiettivo. Strettamente connesso al tema precedente è quello che riguarda i nostri progetti. Quante volte abbiamo lanciato obiettivi che ci piacerebbe raggiungere, ma che poi abbiamo abbandonato quasi subito perché riteniamo troppo difficile per noi raggiungerli? In realtà bisogna riconoscere che ci sono alcuni obiettivi che possiamo sicuramente definire dei veri e propri sogni. In questo caso si tratta di false speranze, come quella di chi è di bassa statura e vorrebbe essere alto un metro e ottanta, oppure come la falsa speranza di chi vorrebbe rimanere sempre giovane. Ma se applichiamo la tecnica giusta ogni qual volta progettiamo per raggiungere un determinato obiettivo, siamo subito in grado di capire se stiamo sognando oppure se ci stiamo ponendo un obiettivo realmente raggiungibile. Ci accorgeremo che le false speranze sono molto rare e che, invece, frequentemente ci arrendiamo troppo presto. Qual è, quindi, la strategia giusta per progettare il raggiungimento del nostro obiettivo? Qual è la chiave in questo caso? Pensiamo all’esempio precedente. In quel caso, per affrontare un problema grande, abbiamo cominciato ad indurre un piccolo iniziale cambiamento, che innesca una catena di tanti piccoli cambi, la cui risultante è la soluzione del grande problema. Nel caso di un obiettivo da raggiungere, la strategia è molto simile. Una volta fissato l’obiettivo, si parte da questo e si procede in un percorso mentale a ritroso, immaginando la stadio subito precedente. Una volta immaginato per bene tale stadio, si immagina lo stadio ancora precedente, poi lo stadio precedente ancora e così via. Si procede quindi a ritroso, stadio dopo stadio, fino a raggiungere il punto di partenza, cioè la situazione che stiamo vivendo attualmente.In questo modo abbiamo suddiviso il percorso in una serie successiva di stadi, frazionando l’obiettivo finale in una serie successiva di micro-obiettivi. Si parte quindi con l’affrontare il primo micro-obiettivo che abbiamo immaginato, sicuramente alla nostra portata, senza preoccuparsi più del raggiungimento dell’obiettivo finale. Una volta raggiunto il primo micro-obiettivo, si affronterà il secondo e così via, fino al raggiungimento dell’obiettivo finale. Avremo realizzato proprio quell’obiettivo che all’inizio ritenevamo quasi o del tutto irraggiungibile. Ecco quindi svelata, anche in questo caso, la chiave per liberarsi dei limiti che a volte ci poniamo ingiustificatamente. Anche in questo caso la chiave è “trattare l’altro come vorresti essere trattato”, perché anche in questo caso abbiamo trattato noi stessi e l’altro, non come dei poveri sognatori, ma come delle persone che si pongono degli obiettivi importanti e che stanno ricercando il modo giusto per realizzarli. Interscambio Se la maggioranza delle persone fosse in grado di realizzare i propri obiettivi, se si sentisse capace di affrontare qualsiasi problema, se avesse veramente la possibilità di scegliere tra più opzioni, la società in cui vivremmo sarebbe molto migliore di quella attuale. Se siete d’accordo con questa affermazione, non varrebbe la pena di fare qualcosa per diffondere il più possibile la chiave che abbiamo qui scoperto? Add as favourites (35) | Quote this article on your site | Views: 151 | E-mail
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