|
Introduzione Perché abbiamo intitolato quest’incontro “Noi non eviteremo più”? Tutti possiamo dire che nella nostra vita abbiamo più volte evitato di affrontare una determinata situazione. Guardandoci intorno, possiamo riscontrare, moltissime volte, questo tipo di comportamento anche negli altri. Che significato ha l’evitare? Chiariamo subito che l’atto di evitare non è necessariamente un atto di segno negativo. Il cosiddetto “evitamento”, o “elusione”, caratterizza quel particolare comportamento che può essere attivato da due tipi di stimoli: uno è la comparsa di un incentivo negativo, l’altro è la scomparsa di un incentivo positivo. Un esempio di comparsa di un incentivo negativo è la possibilità che si possano verificare delle conseguenze spiacevoli o dannose se si fanno alcune determinate cose, come mangiare troppi zuccheri, perciò, al fine di non incorrere in quelle conseguenze, si evita di compiere quelle azioni. La scomparsa, invece, di un incentivo positivo è l’assenza, sempre per fare un esempio culinario, di un cibo appetibile nel menù del ristorante dove vorremmo mangiare, il che determina il fatto che si evita di sedersi e di consumare il pasto. In ambedue i casi, la decisione di evitare sembra sorgere da una libera scelta, in cui l’individuo fa una valutazione della situazione e decide liberamente di evitare di compiere una determinata azione. Altro significato ha invece l’atto di evitare, quando questo non è accompagnato da questa sensazione d’autonomia e di libertà, ma invece la persona prova, nel mentre che sta attuando l’evitamento, una sensazione di costrizione e di paura. Ad essere più precisi il clima di paura costringe la persona ad evitare di affrontare una determinata situazione. Anche qui, però, è necessario fare qualche distinzione. L’evitamento anche in questi casi può essere ancora considerato un comportamento, per così dire, funzionale, nel momento in cui sorge per una sensazione di paura determinata da una situazione obiettivamente pericolosa per la conservazione della vita. Qui gli esempi potrebbero essere tantissimi. In questi casi la paura rappresenta una specie di campanello d’allarme che, attraverso una serie di velocissime modificazioni fisiologiche, mette la persona in condizione di attuare l’evitamento, che può arrivare in casi estremi alla vera e propria fuga. Però, se ci fate caso, in questi casi estremi, durante e dopo l’attuazione dell’evitamento, la persona non ha la sensazione d’essere meno libera, non prova un clima di sconfitta e di frustrazione. Anzi, magari, si complimenta anche con se stessa per la prontezza di riflessi dimostrata. In questo modo, abbiamo quindi isolato e messo da parte tutti quei casi in cui l’atto di evitare non può essere considerato un’azione negativa, soprattutto perché in tutti i casi citati, la persona non prova alcuna sofferenza. Costretti ad evitare Ora affronteremo, invece, quei casi in cui la persona ha la netta sensazione che, nel momento in cui sta evitando, non è più libera, si sente sconfitta e frustrata, ha, in altre parole, la certezza di trovarsi davanti ad un proprio limite tanto invalicabile quanto ingiustificabile. Abbiamo detto che in questi casi la persona si sente costretta. Questa volta si tratta di un’impellenza interna apparentemente immotivata, una condizione in cui lo stimolo esterno, quando c’è, ha solo il ruolo di rappresentare il motivo apparente di fronte al quale la reazione evitante della persona non è assolutamente proporzionata. Un esempio eclatante, che può aiutarci a comprendere meglio il fenomeno, è l’agorafobia (dai termini greci αγορά – piazza e φόβος – paura). Nella persona che soffre di questo problema, insorge una certa quota d’ansia quando si tratta di uscire da casa da soli, soprattutto se la persona prevede che si potrebbe trovare in luoghi dai quali sarebbe difficile scappare o dove l’aiuto degli altri non sarebbe disponibile. La quota d’ansia può essere di vari gradi, fino all’insorgenza, nei casi più gravi, di vere e proprie crisi di panico, che possono portare a svenimenti, sensazioni di vertigini e di soffocamento, tremori, sudore e altri sintomi del genere. La paura, in questo caso, porta la persona ad evitare i movimenti esterni, oppure deve essere accompagnata quando esce da casa. I comportamenti d’evitamento sono tollerati con angoscia dalla persona, la quale, progressivamente, adotta un vero e proprio stile di vita, che determina un’evidente limitazione nell’espressione delle sue potenzialità. L’agorafobia è un disturbo che deve essere affrontato con la psicoterapia, poiché la persona che ne soffre non può superare il problema da sola. Possiamo però affermare che questo tipo di disturbo, come anche altri, è solo la punta di un iceberg. Molte persone vivono timori d’entità molto minore, che però hanno il medesimo risultato: la limitazione della propria esistenza. Inoltre questi disturbi così importanti, come l’agorafobia, spesso sono l’ultima tappa di un processo che è iniziato proprio con piccoli timori, che se fossero stati affrontati in tempo forse non sarebbero diventati così invalidanti. Causa ed effettoIndipendentemente dalla gravità del problema, il sentimento che sembra essere sempre concomitante è la paura. Questo sentimento, pur essendo conosciuto da tutti gli esseri umani, è stato etichettato in modo diverso secondo la teoria di riferimento. La stessa determinata forma di paura, cioè, può essere descritta, per esempio: come l’effetto di un trauma infantile secondo la teoria della scuola psicoanalitica; come una forma di apprendimento e condizionamento sociale secondo la teoria comportamentista; come il prodotto di un malfunzionamento delle relazioni familiari secondo i familiaristi; come una forma di reazione alle modalità di attaccamento e separazione secondo i cognitivisti; come una delle espressioni dell’angoscia di esistere secondo gli esistenzialisti. Pur essendo diversi, questi approcci sono tutti il risultato di un’interpretazione del problema, che è il risultato dello sforzo di risalire alle cause iniziali del problema stesso. Quest’atteggiamento trova la sua radice in una concezione molto antica, ma ancora dominante, sulla causalità delle cose. Questa concezione prevede che ci sia un rapporto lineare di causa ed effetto tra gli eventi. Che sia il “trauma originario” degli psicoanalisti o il “condizionamento operante” del comportamentismo, cambia poco a livello di struttura logica del modello teorico: un concetto deterministico di unidirezionalità e causalità lineare, secondo il quale A porta a B, B porta a C, C porta a D, e così via. Ma in questa sede non c’interessa approfondire la critica a questa struttura logica. Questo possiamo farlo, con le persone interessate, in un ambito di studio quale potrebbe essere un corso di formazione in Psicologia del Nuovo Umanesimo. Ciò che si vuole sottolineare qui è semplicemente il fatto che, tanto l’esperienza più specifica di molti di coloro che operano nel campo della psicologia, quanto la nostra esperienza di vita, ci dicono che la conoscenza relativa delle cause del problema – relativa perché comunque è il frutto di un’interpretazione che parte da un modello teorico precostituito – non sembra necessaria alla soluzione del problema stesso. In altre parole, non sembra necessario conoscere le cause e lo sviluppo negli anni per risolvere il problema. Se vogliamo risolvere il problema abbiamo bisogno di un altro approccio. Quale? Interscambio: ritornando all’esperienza soggettiva reale, sarebbe interessante – prima di affrontare questo nuovo argomento - sviluppare un interscambio su cosa ci succede nel “qui ed ora”, quando, di fronte a certe determinate situazioni, viviamo quel timore che non ci permette di affrontare – evitandolo - ciò che vorremmo affrontare, riproponendo a noi stessi, in questo modo, un limite che vorremmo invece essere in grado superare. Lettura delle sintesi dei gruppi d’interscambio. Un caso come tanti Apriamo questa seconda parte con un caso particolare, che potrebbe essere molto diffuso. Supponiamo di trovarci a parlare con una persona che, in un momento d’apertura, ci confessa di avere un problema. Ci confessa di sentirsi sempre sotto giudizio da parte degli altri, di sentirsi anche continuamente rifiutato, perché la gente lo percepisce come un tipo problematico e pertanto lo tiene a distanza. Tutto ciò innesca in lui una reazione di forte ansia, arrossisce, inizia a sudare e a quel punto non può evitare di darsi alla fuga. Questo problema a lungo andare lo ha portato ad eludere qualunque contatto sociale, rimane sempre più spesso in casa, mantenendo le distanze dalle altre persone. Egli si è anche rivolto a degli specialisti, che hanno diagnosticato che il suo è un disturbo definito “fobia sociale”. Quali tipi di risposte potrebbe avere il nostro amico, evidentemente ansioso di trovare un soluzione al suo problema? Se si trovasse di fronte ad uno psicoanalista, probabilmente si sentirebbe dire qualcosa del genere: “Sicuramente il disagio che lei prova ha la sua radice in un conflitto infantile non risolto”. Se invece si trovasse a parlare con un comportamentista, le parole sarebbero, più o meno, queste: “Lei si comporta così perché, sulla scia di un condizionamento, ha appreso questo tipo di condotta”. Oppure, se si rivolgesse ad un familiarista, la risposta potrebbe essere: “L’origine del suo disagio è insita nella funzione che lei svolge nell’ambito familiare per garantirne un certo equilibrio”. Il nostro interesse non è verificare se questi tipi di risposte siano giuste, oppure no. Teoricamente potrebbero essere tutte giuste. La nostra domanda è: sono utili alla soluzione del problema del nostro amico? Seguendo la concezione che ci sia un rapporto lineare di causa ed effetto tra gli eventi, per risolvere il problema – cioè l’effetto - dovremmo risalire alla sua causa, che però a sua volta sarà l’effetto di un’altra causa precedente, la quale, con molte probabilità, sarà ancora una volta l’effetto di una causa ancora più antica. Ci sono persone che, per cercare di risolvere un problema simile a quello del nostro amico, si sottopongono per anni e anni ad una psicoterapia, senza – tra l’altro – la garanzia di riuscire a trovare la soluzione. In altri casi sono stati prescritti anche dei farmaci, come farebbe un classico psichiatra biologista, ma la concezione di base è sempre la stessa: in questo caso il problema di cui soffre la persona sarebbe, in un rapporto lineare di causa-effetto, il risultato di un malfunzionamento del cervello. Va detto – per inciso – che questa teoria va molto di moda da qualche decennio a questa parte: a questo riguardo ci permettiamo di avere qualche sospetto sul fatto che forse il diffondersi di questa teoria tra gli operatori per la salute mentale, sia più il risultato di interessi commerciali da parte di case farmaceutiche, che di ricerche applicate in campo clinico, non fosse altro che per il fatto che il 90% delle ricerche sui risultati dell’uso di molti farmaci è finanziato e realizzato dalle stesse case farmaceutiche. Oltre la causa e l’effetto Esiste un altro tipo di risposta di fronte a questo tipo di problemi? Per trovarla dobbiamo cambiare la concezione di base. Passare cioè da una concezione di rapporto lineare di causa ed effetto, ad una concezione che si basi su leggi diverse. Ancora una volta alcuni suggerimenti ci vengono dall’esperienza soggettiva. Facciamoci una domanda: conoscendo il problema del nostro amico “fobico”, come immaginiamo il suo comportamento nel momento in cui, per esempio, entra in un locale pieno di gente? (s’invitano i partecipanti all’incontro a fare alcuni esempi) Ricordiamoci che il nostro amico è convinto che tutti ce l’abbiano con lui. Probabilmente si muoverà rigidamente, si guarderà intorno con fare circospetto allo scopo di tenere sotto controllo tutte le possibili minacce derivanti dalle persone presenti. Di fronte all’espressione guardinga e diffidente del nostro amico, cosa penseranno le persone che stanno nel locale, vedendo una persona che le guarda male? Molti penseranno: “Cosa vuole questo da me?”. Meccanicamente la loro reazione sarà di rispondere sullo stesso tono e si guarderanno bene dal dargli confidenza, tenendolo a debita distanza. Il risultato sarà che il nostro amico avrà la conferma che tutti ce l’hanno con lui e che lo rifiutano. Facendo questo semplice gioco d’immaginazione, abbiamo fatto un’operazione molto importante: siamo usciti dal ristretto campo della legge di causa-effetto e abbiamo allargato il nostro campo di osservazione. In questo tipo di prospettiva, il comportamento della singola persona non è più studiato isolatamente, ma è osservato come una variabile che si esprime in funzione del suo rapporto con le altre variabili ed il contesto situazionale. In altre parole, il problema del nostro amico non ci appare più come l’ultimo anello di una catena di cause ed effetti, ma come un fattore all’interno di un sistema globale retto da un’altra legge: la legge di concomitanza. Secondo questa legge, “Ogni processo è determinato da relazioni di simultaneità con processi che si verificano nello stesso ambito e non da cause lineari di un movimento precedente dal quale deriva”. Questa legge è in relazione con un’altra legge, la legge di struttura, la quale afferma che: “Niente esiste in modo isolato, ma in relazione dinamica con altri esseri entro ambiti condizionati”. In altre parole, non sembra poi così valido il metodo, usato spesso sia da molte correnti psicologiche che dal buon senso comune, di studiare il problema di una persona come un fenomeno isolato. Sembra proprio che sia più efficace considerarlo in relazione con altri fenomeni che si trovano nello stesso ambito, prendendo inoltre in considerazione il fatto che, tanto il fenomeno in questione quanto gli altri con cui è in relazione, sono in movimento. Interscambio: da questa nuova prospettiva, come possiamo aiutare il nostro amico ad estinguere il problema che sta creando dei considerevoli limiti alla sua esistenza? Lettura delle sintesi dei gruppi d’interscambio. “Come se…”Nel cercare la soluzione ad un problema, troppo spesso si valuta se le risposte sono giuste o sbagliate, senza valutare se siano corrette o no le domande che ci poniamo. Perciò, se stiamo cercando la soluzione al problema del nostro amico, bisogna passare dal quesito “perché esiste?” alla domanda “come funziona?”. Potrebbe essere più utile, cioè, passare dalla domanda “perché abbiamo paura?” alla domanda “come facciamo ad avere paura?”. Da questo punto di vista possiamo proporre al nostro amico di fare un esperimento. Dovrebbe andare ogni giorno in un luogo diverso, dove sa di incontrare persone, e chiedersi, mentre va, quale sarebbe il suo atteggiamento se, entrando in contatto con queste persone, fosse sicuro di essere considerato una persona desiderabile. A questo punto non deve fare altro che cercare di mettere in pratica ciò che gli è venuto in mente. Quale sarebbe l’atteggiamento che possiamo ipotizzare se fossimo al posto del nostro amico? (s’invitano i partecipanti all’incontro a fare alcuni esempi) Se si fosse sentito una persona desiderabile il nostro amico avrebbe immaginato un altro tipo di espressione del suo volto, avrebbe guardato le persone e avrebbe sorriso. Se egli cercasse di mettere in pratica ciò che ha immaginato, molto probabilmente gli altri gli sorriderebbero e qualcuno gli domanderebbe: “Ciao, come va?”. Allora egli s’intratterrebbe con queste persone e magari potrebbe scoprire di avere delle cose in comune con loro. Da lì, niente di più facile, potrebbero nascere nuove amicizie. Se il nostro amico attuerà quest’esperimento, probabilmente si sentirà per la prima volta capace di venirne fuori. Nei giorni successivi attuerà nuovi esperimenti e scoprirà che neanche negli altri luoghi accadrà di sentirsi rifiutato. Il nostro amico avrà la sensazione di essere tornato da un lungo e tormentato viaggio, anche se sicuramente continuerà ad avere un gran timore del giudizio degli altri e che si inneschi di nuovo la situazione precedente. Accanto alla consapevolezza che era stato per lo più lui a produrre l’idea di essere rifiutato dagli altri, c’è il timore di non essere in grado di meritarsi la stima degli altri. Se pensiamo al lungo calvario che il nostro amico ha dovuto vivere fino a quel momento, ci sembra più che ragionevole il suo timore. Per cui potremmo consigliargli di estendere l’esperimento a tutta la giornata, chiedendosi sin dal mattino: “Come mi comporterei se tutti mi ritenessero simpatico e meritevole di stima?”, impostando poi la sua giornata in quella direzione. Niente di più facile che il nostro amico, impostando le sue giornate “come se…”, faccia un sacco di cose e incontri tante persone. Probabilmente sarà anche in grado di ribaltare la situazione nel momento in cui, nel caso scattasse la sensazione di essere rifiutato, s’imporrà di pensare a come si sarebbe comportato se quella persona gli avesse comunicato stima e simpatia. Comincerà ad avere l’impressione di essere lui ad influenzare gli altri e il loro atteggiamento, mentre prima li subiva passivamente. Casi di questo genere ce ne sono, in forme diverse, moltissimi. Ciò che abbiamo fatto qui è solo un esempio. Se avessimo noi stessi un tipo di problema del genere, se avessimo anche noi qualche limite che non riusciamo a superare, non ci sarebbe niente di strano se provassimo anche noi a fare questo tipo di esperimenti. Magari con l’aiuto degli altri, la cosa sarebbe ancora più facile. Rompere la persistenza del sistema Che cosa possiamo dedurre da questo esperimento? Prima di tutto abbiamo aiutato un amico ad uscire da una sofferenza. Ma da dove proveniva questa sofferenza? Senza cadere di nuovo nella trappola della legge di causa-effetto e seguendo invece le leggi di struttura e di concomitanza, possiamo affermare che c’è una specie di “inceppamento” nella relazione della persona con se stesso, con gli altri e con il mondo. Un inceppamento che porta al continuo perpetuarsi di un gioco perverso di azioni e retroazioni, che mantiene l’equilibrio di un sistema in cui domina la “paura”. Con i nostri suggerimenti abbiamo realizzato un intervento che ha rotto la persistenza di tale sistema. Non dimentichiamo che nella legge di struttura si afferma che: “Niente esiste in modo isolato, ma in relazione dinamica con altri esseri entro ambiti condizionati”. Che vuol dire “entro ambiti condizionati”? Vuol dire che ciò che succedeva al nostro amico, quando entrava circospetto nel locale pieno di gente, era il risultato di un sistema di relazioni, in cui l’ambito dove lui entra in relazione con se stesso e con gli altri è un ambito a sua volta condizionato. Non solo il suo comportamento è meccanico, ma anche quello degli altri, che lo tengono a debita distanza, è un comportamento meccanico. Che cosa avrebbe impedito a qualcuno dei presenti, per esempio, di uscire da questa meccanicità e ribaltare la situazione, sorridendo al nostro amico nonostante il suo atteggiamento guardingo e sospettoso? La risposta ancora una volta proviene dalle leggi cui si sta facendo riferimento. Se, come dice la legge di struttura, niente esiste in modo isolato, sia il nostro amico, sia ognuna delle altre persone che incontra, sono in relazione, non solo con loro stessi e con ognuno degli altri, ma con il mondo, dal quale, evidentemente, proviene il condizionamento dell’ambito in cui si svolge la scena. Se definiamo “personali” quegli ambiti, come la coppia, la famiglia, le amicizie, il lavoro e lo studio, in cui siamo in relazione con altre persone, l’ambito più ampio, in cui siamo in relazione con il mondo, possiamo definirlo “trans-personale”. Le relazioni tra una persona e la realtà non possono essere limitate all’interazione tra la persona e gli altri, ma debbono essere rappresentate come un complesso sistema d’interdipendenza tra le relazioni che la persona vive con se stesso, con gli altri e con il mondo. Va da sé che, all’interno di questo sistema, se anche solo una delle tre tipologie di relazione presenta un problema, tutto il sistema è coinvolto. Appare evidente, in conclusione, che l’esempio d’intervento che abbiamo analizzato precedentemente, non è che una parte del lavoro da fare. Dando qualche suggerimento al nostro amico, abbiamo tentato di migliorare la sua qualità di vita, evidentemente sconvolta dalle limitazioni di cui egli stesso era il principale “fautore”. Abbiamo lavorato su una delle tre tipologie di relazione. È vero che, se il risultato è positivo, questo si riverbera sulle altre due. Ma è anche vero che se l’ambito più ampio, come le condizioni sociali in cui la persona e i suoi ambiti personali sono inseriti, non fosse – come effettivamente è - così disumanizzante e violento, il problema probabilmente non sarebbe neanche sorto. Possiamo affermare, in tutta sincerità, che il nostro amico fosse l’unico e solo responsabile dei limiti di cui soffriva? In altre parole, non ci si può limitare solamente ad un miglioramento di se stessi e delle proprie condizioni personali, mantenendo le condizioni sociali esistenti, così com’è impensabile cercare di cambiare soltanto le condizioni sociali, dimenticando se stessi e la propria condizione personale. Qualcuno potrebbe affermare che il cambiamento del mondo non è argomento della psicologia e della psicoterapia. Non è vero. Se affermiamo che “niente esiste in modo isolato” e che “ogni processo è determinato da relazioni di simultaneità con processi che si verificano nello stesso ambito”, la psicologia e la psicoterapia non possono non occuparsi del cambiamento del mondo. Roma, 15 aprile 2007 Carlo Olivieri Psicologia del Nuovo Umanesimo Add as favourites (28) | Quote this article on your site | Views: 121 | E-mail
|
- Please keep the topic of messages relevant to the subject of the article.
- Personal verbal attacks will be deleted.
- Please don't use comments to plug your web site. Such material will be removed.
- Just ensure to *Refresh* your browser for a new security code to be displayed prior to clicking on the 'Send' button.
- Keep in mind that the above process only applies if you simply entered the wrong security code.
|
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6 AkoComment © Copyright 2004 by Arthur Konze - www.mamboportal.com All right reserved |